22) Leopardi. La Natura e l'Islandese.
Il Dialogo della Natura e di un Islandese  una delle pi note
Operette morali e ha - insieme al Dialogo della Natura e di
un'anima, il privilegio di presentare un interlocutore
d'eccezione: la Natura, matrigna e nemica degli uomini. Il dialogo
ha in realt tre personaggi: oltre alla Natura e all'Islandese c'
l'umanit, la moltitudine degli individui che si ingegnano a
mostrare tutta la propria stoltezza combattendo gli uni contro gli
altri. L'Islandese, che fuggendo la Natura le capita davanti -
come lo scoiattolo che scappando cade in bocca al serpente a
sonagli -, ha iniziato la sua fuga per allontanarsi dagli uomini e
dalle loro offese. Ma lontano dagli uomini  pi facile rendersi
conto della ostilit della Natura, anche se pu sorgere il dubbio
che le avversit naturali colpiscano gli uomini che oltrepassano i
limiti prescritti dalla Natura. E' un piccolo inciso, questo, che
non deve essere sottovalutato: gli uomini che presuntuosamente si
pongono l'obiettivo di dominare la Natura sono destinati a essere
sopraffatti. La crudelt della Natura ha dello straordinario: pone
negli uomini il desiderio del piacere e poi impedisce loro di
raggiungerlo. L'arringa dell'Islandese si fa spietata: la Natura 
nemica dichiarata di tutte le sue creature, carnefice della sua
stessa famiglia; gli uomini, se li fuggi, ti lasciano in pace, ma
 impossibile fuggire la Natura. Alla Natura Leopardi concede il
diritto di difesa; e quando comincia a parlare non pu non tornare
alla mente la descrizione che ne  stata fatta all'inizio del
dialogo: di volto mezzo tra il bello e terribile, di occhi e di
capelli nerissimi. Vale la pena ascoltarla, visto che non si
presenta come orrida arpia.La difesa della Natura  di tipo
filosofico, di impostazione epicurea: gli di o il fato o la
Natura stessa con le sue leggi mostrano indifferenza assoluta
rispetto alle vicende umane (Quando io vi offendo in qualunque
modo o con qual si sia mezzo, io non me n'avveggo). L'argomentare
della Natura prosegue sulla linea di Epicuro: la vita e la morte
sono inseparabili e indispensabili alla conservazione
dell'Universo. Ma l'argomentazione del filosofo non convince
l'Islandese, cos come l'epicureismo, con la chiarezza del suo
razionale rifiuto della paura degli di e della morte, non ha
liberato gli uomini da quelle paure. L'Islandese vuole la Verit,
vuole sapere ci che nessun filosofo  stato capace di dire, ma il
colpo di scena finale gli preclude (e ci preclude) di conoscere la
risposta della Natura. Le risposte metafisiche non interessano a
Leopardi; la Verit della vita e della morte rester un arcano.
La chiusa del dialogo, senza risposta, richiama quella celebre del
Tractatus di Wittgenstein: Su ci, di cui non si pu parlare, si
deve tacere.
G. Leopardi, Dialogo della Natura e di un Islandese (l824) (vedi
manuale pagina l46).
Un Islandese, che era corso per la maggior parte del mondo, e
soggiornato in diversissime terre, andando una volta per
l'interiore dell'Affrica, e passando sotto la linea equinoziale in
un luogo non mai prima penetrato da uomo alcuno, ebbe un caso
simile a quello che intervenne a Vasco di Gama nel passare il Capo
di Buona Speranza; quando il medesimo Capo, guardiano dei mari
australi, gli si fece incontro, sotto forma di gigante, per
distorlo dal tentare quelle nuove acque. Vide da lontano un busto
grandissimo; che da principio immagin dovere essere di pietra e a
somiglianza degli ermi colossali veduti da lui, molti anni prima,
nell'isola di Pasqua. Ma fattosi pi da vicino, trov che era una
forma smisurata di donna seduta in terra, col busto ritto,
appoggiato il dosso e il gomito a una montagna; e non finta ma
viva; di volto mezzo tra bello e terribile, di occhi e di capelli
nerissimi; la quale guardavalo fissamente; e stata cos un buono
spazio senza parlare, all'ultimo gli disse.
Natura. Chi sei? che cerchi in questi luoghi dove la tua specie
era incognita?.
Islandese. Sono un povero Islandese che vo fuggendo la Natura; e
fuggitala quasi tutto il tempo della mia vita per cento parti
della terra, la fuggo adesso per questa.
Natura. Cos fugge lo scoiattolo dal serpente a sonaglio, finch
gli cade in gola da se medesimo. Io sono quella che tu fuggi.
Islandese. La Natura?.
Natura. Non altri.
Islandese. Me ne dispiace fino all'anima; e tengo per fermo che
maggior disavventura di questa non mi potesse sopraggiungere.
Natura. Ben potevi pensare che io frequentassi specialmente queste
parti; dove non ignori che si dimostra pi che altrove la mia
potenza. Ma che era che ti moveva a fuggirmi?.
Islandese. Tu dei sapere che io fino nella prima giovent, a poche
esperienze, fui persuaso e chiaro della vanit della vita, e della
stoltezza degli uomini; i quali combattendo continuamente gli uni
cogli altri per l'acquisto di piaceri che non dilettano, e di beni
che non giovano; sopportando e cagionandosi scambievolmente
infinite sollecitudini e infiniti mali, che affannano e nocciono
in effetto, tanto pi si allontanano dalla felicit, quanto pi la
cercano. Per queste considerazioni deposto ogni altro desiderio,
deliberai, non dando molestia a chicchessia, non procurando in
modo alcuno di avanzare il mio stato, non contendendo con altri
per nessun bene del mondo, vivere una vita oscura e tranquilla; e
disperato dei piaceri, come di cosa negata alla nostra specie, non
mi proposi altra cura che di tenermi lontano dai patimenti. Con
che non intendo dire che io pensassi di astenermi dalle
occupazioni e dalle fatiche corporali; che ben sai che differenza
 dalla fatica al disagio, e dal viver quieto al vivere ozioso. E
gi nel primo mettere in opera questa risoluzione, conobbi per
prova come egli  vano a pensare, se tu vivi tra gli uomini, di
potere, non offendendo alcuno, fuggire che gli altri non ti
offendano; e cedendo sempre spontaneamente, e contentandosi del
menomo in ogni cosa, ottenere che ti sia lasciato un qualsivoglia
luogo, e che questo menomo non ti sia contrastato. Ma dalla
molestia degli uomini mi liberai facilmente, separandomi dalla
loro societ, e riducendomi in solitudine: cosa che nell'isola mia
nativa si pu recare ad effetto senza difficolt. Fatto questo, e
vivendo senza quasi verun'immagine di piacere, io non poteva
mantenermi per senza patimento: perch la lunghezza del verno,
l'intensit del freddo, e l'ardore estremo della state, che sono
qualit di quel luogo, mi travagliavano di continuo; e il fuoco,
presso al quale mi conveniva passare una gran parte del tempo,
m'inaridiva le carni, e straziava di occhi col fumo; di modo che,
n in casa n a cielo aperto, io mi poteva salvare da un perpetuo
disagio. N anche potea conservare quella tranquillit della vita,
alla quale principalmente erano rivolti i miei pensieri: perch le
tempeste spaventevoli di mare e di terra, i ruggiti e le minacce
del monte Ecla, il sospetto degl'incendi, frequentissimi negli
alberghi, come sono i nostri, fatti di legno, non intermettevano
mai di turbarmi. Tutte le quali incomodit in una vita sempre
conforme a se medesima, e spogliata di qualunque altro desiderio e
speranza, e quasi di ogni altra cura, che d'esser quieta; riescono
di non poco momento, e molto pi gravi che elle non sogliono
apparire quando la maggior parte dell'animo nostro  occupata dai
pensieri della vita civile, e dalle avversit che provengono dagli
uomini. Per tanto veduto che pi che io mi ristringeva e quasi mi
contraeva in me stesso, a fine d'impedire che l'esser mio non
desse noia n danno a cosa alcuna del mondo; meno mi veniva fatto
che le altre cose non m'inquietassero e tribolassero; mi posi a
cangiar luoghi e climi, per vedere se in alcuna parte della terra
potessi non offendendo non essere offeso, e non godendo non
patire. E a questa deliberazione fui mosso anche da un pensiero
che mi nacque, che forse tu non avessi destinato al genere umano
se non solo un clima della terra (come tu hai fatto a ciascuno
degli altri generi degli animali, e di quei delle piante), e certi
tali luoghi; fuori dei quali gli uomini non potessero prosperare
n vivere senza difficolt e miseria; da dover essere imputate,
non a te, ma solo a essi medesimi, quando eglino avessero
disprezzati e trapassati i termini che fossero prescritti per le
tue leggi alle abitazioni umane. Quasi tutto il mondo ho cercato,
e fatta esperienza di quasi tutti i paesi; sempre osservando il
mio proposito, di non dar molestia alle altre creature, se non il
meno che io potessi, e di procurare la sola tranquillit della
vita. Ma io sono stato arso dal caldo fra i tropici, rappreso dal
freddo verso i poli, afflitto nei climi temperati dall'incostanza
dell'aria, infestato dalle commozioni degli elementi in ogni dove.
Pi luoghi ho veduto, nei quali non passa un d senza temporale:
che  quanto dire che tu dai ciascun giorno un assalto e una
battaglia formata a quegli abitanti, non rei verso te di
nessun'ingiuria. In altri luoghi la serenit ordinaria del cielo 
compensata dalla frequenza dei terremoti, dalla moltitudine e
dalla furia dei vulcani, dal ribollimento sotterraneo di tutto il
paese. Venti e turbini smoderati regnano nelle parti e nelle
stagioni tranquille dagli altri furori dell'aria. Tal volta io mi
sono sentito crollare il tetto in sul capo pel gran carico della
neve, tal altra, per l'abbondanza delle piogge la stessa terra,
fendendosi, mi si  dileguata di sotto ai piedi; alcune volte mi 
bisognato fuggire a tutta lena dai fiumi, che m'inseguivano, come
fossi colpevole verso loro di qualche ingiuria. Molte bestie
salvatiche, non provocate da me con una menoma offesa, mi hanno
voluto divorare; molti serpenti avvelenarmi; in diversi luoghi 
mancato poco che gl'insetti volanti non mi abbiano consumato
infino alle ossa. Lascio i pericoli giornalieri, sempre imminenti
all'uomo, e infiniti di numero, tanto che un filosofo antico non
trova contro al timore, altro rimedio pi valevole della
considerazione che ogni cosa  da temere. N le infermit mi hanno
perdonato; con tutto che io fossi, come sono ancora, non dico
temperante, ma continente dei piaceri del corpo. Io soglio
prendere non piccola ammirazione considerando come tu ci abbia
infuso tanta e s ferma e insaziabile avidit del piacere;
disgiunta dal quale la nostra vita, come priva di ci che ella
desidera naturalmente,  cosa imperfetta: e da altra parte abbi
ordinato che l'uso di esso piacere sia quasi di tutte le cose
umane la pi nociva alle forze e alla sanit del corpo, la pi
calamitosa negli effetti in quanto a ciascheduna persona, e la pi
contraria alla durabilit della stessa vita. Ma in qualunque modo
astenendomi quasi sempre e totalmente da ogni diletto, io non ho
potuto fare di non incorrere in molte e diverse malattie: delle
quali alcune mi hanno posto in pericolo della morte, altre di
perdere l'uso di qualche membro, o di condurre perpetuamente una
vita pi misera che la passata; e tutte per pi giorni o mesi mi
hanno oppresso il corpo e l'animo con mille stenti e mille dolori.
E certo, bench ciascuno di noi sperimenti nel tempo delle
infermit, mali per lui nuovi o disusati, e infelicit maggiore
che egli non suole (come se la vita non fosse bastevolmente misera
per l'ordinario); tu non hai dato all'uomo, per compensarlo,
alcuni tempi di sanit soprabbondante e inusitata, la quale gli
sia cagione di qualche diletto straordinario per qualit e per
grandezza. Ne' paesi coperti per lo pi di nevi, io sono stato per
accecare: come interviene ordinariamente ai Lapponi nella loro
patria. Dal sole e dall'aria cose vitali, anzi necessarie alla
nostra vita, e per da non potersi fuggire, siamo ingiuriati di
continuo: da questa colla umidit, colla rigidezza, e con altre
disposizioni; da quello col calore, e colla stessa luce: tanto che
l'uomo non pu mai senza qualche maggiore o minore incomodit o
danno, starsene esposto all'una o all'altro di loro. In fine, io
non mi ricordo aver passato un giorno solo della vita senza
qualche pena; laddove io non posso numerare quelli che ho
consumati senza pure un'ombra di godimento: mi avveggo che tanto
ci  destinato e necessario il patire, quanto il non godere; tanto
impossibile il viver quieto in qual si sia modo, quanto il vivere
inquieto senza miseria: e mi risolvo a conchiudere che tu sei
nemica scoperta degli uomini, e degli altri animali, e di tutte le
opere tue, che ora c'insidii ora ci minacci ora ci assalti ora ci
pungi ora ci percuoti ora ci laceri, e sempre o ci offendi o ci
perseguiti; e che, per costume e per instituto, sei carnefice
della tua propria famiglia, de' tuoi figliuoli e, per dir cos,
del tuo sangue e delle tue viscere. Per tanto rimango privo di
ogni speranza: avendo compreso che gli uomini finiscono di
perseguitare chiunque li fugge o si occulta con volont vera di
fuggirli o di occultarsi; ma che tu, per niuna cagione, non lasci
mai d'incalzarci, finch ci opprimi. E gi mi veggo vicino il
tempo amaro e lugubre della vecchiezza; vero e manifesto male,
anzi cumulo di mali e di miserie gravissime; e questo tuttavia non
accidentale, ma destinato da te per legge a tutti i generi de'
viventi, preveduto da ciascuno di noi fino nella fanciullezza, e
preparato in lui di continuo, dal quinto suo lustro in l, con un
tristissimo declinare e perdere senza sua colpa: in modo che
appena un terzo della vita degli uomini  assegnato al fiorire,
pochi istanti alla maturit e perfezione tutto il rimanente allo
scadere, e agl'incomodi che ne seguono.
Natura. Immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto per causa
vostra? Ora sappi che nelle fatture, negli ordini e nelle
operazioni mie, trattone pochissime, sempre ebbi ed ho
l'intenzione a tutt'altro, che alla felicit degli uomini o
all'infelicit. Quando io vi offendo in qualunque modo e con qual
si sia mezzo, io non me n'avveggo, se non rarissime volte: come,
ordinariamente, se io vi diletto o vi benefico, io non lo so; e
non ho fatto, come credete voi, quelle tali cose, o non fo quelle
tali azioni per dilettarvi o giovarvi. E finalmente se anche mi
avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, io non me ne
avvedo.
Islandese. Ponghiamo caso che uno m'invitasse spontaneamente a una
sua villa, con grande instanza; e io per compiacerlo vi andassi.
Quivi mi fosse dato per dimorare una cella tutta lacera e
rovinosa, dove io fossi in continuo pericolo di essere oppresso;
umida, fetida, aperta al vento e alla pioggia. Egli, non che si
prendesse cura d'intrattenermi in alcun passatempo o di darmi
alcuna comodit, per lo contrario appena mi facesse somministrare
il bisognevole a sostentarmi; e oltre di ci mi lasciasse
villaneggiare, schernire, minacciare e battere da' suoi figliuoli
e dall'altra famiglia. Se querelandomi io seco di questi mali
trattamenti, mi rispondesse: forse che ho fatto io questa villa
per te? o mantengo io questi miei figliuoli, e questa mia gente,
per tuo servigio? e, bene ho altro a pensare che de' tuoi
sollazzi, e di farti le buone spese; a questo replicherei: vedi,
amico, che siccome tu non hai fatto questa villa per uso mio, cos
fu in tua facolt di non invitarmici. Ma poich spontaneamente hai
voluto che io ci dimori, non ti si appartiene egli di fare in
modo, che io, quanto  in tuo potere, ci viva per lo meno senza
travaglio e senza pericolo? Cos dico ora. So bene che tu non hai
fatto il mondo in servigio degli uomini. Piuttosto crederei che
l'avessi fatto e ordinato espressamente per tormentarli. Ora
domando: t'ho io forse pregato di pormi in questo universo? o mi
vi sono intromesso violentemente, e contro tua voglia? Ma se di
tua volont, e senza mia saputa, e in maniera che io non poteva
sconsentirlo n ripugnarlo, tu stessa, colle tue mani, mi vi hai
collocato; non  egli dunque ufficio tuo, se non tenermi lieto e
contento in questo tuo regno, almeno vietare che io non vi sia
tribolato e straziato, e che l'abitarvi non mi noccia? E questo
che dico di me, dicolo di tutto il genere umano, dicolo degli
altri animali e di ogni creatura.
Natura. Tu mostri non aver posto mente che la vita di
quest'universo  un perpetuo circuito di produzione e distruzione,
collegate ambedue tra se di maniera, che ciascheduna serve
continuamente all'altra, ed alla conservazione del mondo; il quale
sempre che cessasse o l'una o l'altra di loro, verrebbe parimente
in dissoluzione. Per tanto risulterebbe in suo danno se fosse in
lui cosa alcuna libera da patimento.
Islandese. Cotesto medesimo odo ragionare a tutti i filosofi. Ma
poich quel che  distrutto, patisce; e quel che distrugge, non
gode, e a poco andare  distrutto medesimamente; dimmi quello che
nessun filosofo mi sa dire: a chi piace o a chi giova cotesta vita
infelicissima dell'universo, conservata con danno e con morte di
tutte le cose che lo compongono?.
Mentre stavano in questi e simili ragionament  fama che
sopraggiungessero due leoni, cos rifiniti e maceri dall'inedia,
che appena ebbero forza di mangiarsi quell'Islandese; come fecero,
e presone un poco di ristoro, si tennero in vita per quel giorno.
Ma sono alcuni che negano questo caso, e narrano che un fierissimo
vento, levatosi mentre che l'Islandese parlava, lo stese a terra,
e sopra gli edific un superbissimo mausoleo di sabbia: sotto il
quale colui diseccato perfettamente, e divenuto una bella mummia,
fu poi ritrovato da certi viaggiatori, e collocato nel museo di
non so quale citt di Europa.

(G. Leopardi, Tutte le opere, Sansoni, Firenze, l988 5, volume I,
pagine ll4-ll7)
